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Jericho
E' meglio essere ottimisti, e avere torto, piuttosto che pessimisti e avere ragione


Esercizi di stile


22 giugno 2009

[on writing] 5#

continua da qui

L’ultima affermazione ottenne l’attenzione del commissario
- Può fornirci una descrizione? Faccio venire subito un agente per un identikit.
Frediani, eccitato, sollevò la cornetta del telefono per avvisare Rossini.
- Con tutta franchezza, no. Ho visto le mani. E la giacca che indossava.
Con lo stesso slancio il commissario abbassò il ricevitore e guardò la donna in tono di sfida.
- Mhm, quindi mi corregga se sbaglio, dovremmo cercare un paio di mani?
- Immaginavo che non mi avreste dato retta. È stata una pessima idea rivolgermi a voi.
La donna si alzò e prese la borsa.
- Signorina Sebastiani, si fermi un attimo. Non ho detto che non le credo. Ritengo che questa informazione, purtroppo, non possa essere molto utile alla nostra indagine.
- Ho visto quell’uomo dall’alto, di schiena. Non l’ho visto in faccia.
- Lo ha visto ma non saprebbe descriverlo. E’ una contraddizione in termini.
Bofonchiò deluso.
- Non posso descriverlo perché è stato tutto molto veloce. Questione di pochi secondi. Ho visto come lo ha preso per mano e l’ha portato via. Con dolcezza. Non credevo si trattasse di rapimento. sembrava che Il bambino si allontanasse volontariamente.
Frediani prese la penna e iniziò a scrivere su un bloc notes.
- Mi faccia capire: lei era in Piazza Caricamento il 12 ottobre scorso?
- No. Ero a casa mia.
- Lei abita in zona Sottoripa?
- No, Via Cavallotti, tra corso Italia e via Caprera.
- Mi spiega come avrebbe fatto ad assistere al rapimento, da Albaro? Ci sono almeno 5 km di distanza!
- Bè, non l’ho visto quel giorno.
L’uomo assunse un’espressione confusa.
- Forse se le racconto l’intera storia capirà.
Il silenzio del commissario fece continuare la donna.
- Sono stata molto combattuta prima di venire da voi. Negli ultimi mesi ho avuto diverse , come chiamarle? percezioni e tutte molto confuse. Non che abbiano mai avuto un filo logico, ma queste sono più confuse del solito. Venerdì ho seguito una trasmissione sulla rete nazionale dove si parlava di questi rapimenti e mi sono resa conto che alcune mie percezioni erano collegate.

Frediani e i suoi collaboratori, perplessi, fissavano la donna con occhi grandi come piattini da caffè.

- Capisco che tutto questo possa confondervi, perché confonde anche me. Tra l’altro non ho ancora capito i tempi delle mie visioni. Non so mai se le cose devono accadere, stanno accadendo oppure sono già accadute. Variano, a secondo delle situazioni.

Mentre Rastelli e Lomonaco sembravano impressionati dalle parole della donna, la mimica facciale di Frediani fece intendere che qualcosa non lo convinceva del tutto. La donna non si scompose e continuò.
- Immagino che stiate vagliando diverse ipotesi, posso confermarvi che in questa faccenda non c’entrano zingari. Lo scorso anno, dopo i furti estivi e quelle aggressioni nelle ville di Crocefieschi e San Fruttuoso, ci furono rappresaglie al campo nomadi di Sampierdarena. E dopo poche settimane l’incendio che distrusse il sito; nello stesso periodo un bambino fu rapito al centro commerciale di Bolzaneto e la polizia non fece un fiato con la stampa per evitare ulteriori ritorsioni.
- Come fa ad essere a conoscenza di questa operazione?
- Secondo lei? Esiste una talpa in questura? Quell’episodio si risolse con un grande spavento. Gli avevano tagliato i capelli e cambiato i vestiti in pochi minuti in un bagno. Se non avesse pianto sarebbero riusciti a portarlo via e farlo espatriare nel giro di poche ore. Era una banda di nomadi. E li avete presi. È corretto?
Il silenzio dei funzionari conferì maggiore sicurezza alla donna.
- Ho la convinzione che i bambini scomparsi ultimamente siano stati rapiti da una persona sola. Però ho visto solo l’ultimo sparito in ordine di tempo, Angelo.
Frediani la fissò per una manciata di secondi studiando la sua espressione. Gli occhiali che le coprivano gli occhi lo disturbavano. Ne stava facendo una questione di principio.
- Come può aiutarci a ritrovarlo?
- È ul greto del torrente Bisagno, verso Molassana. Sdraiato, avvolto in un plaid. Su una piccola barca. Sembra stia dormendo.
- Sta bene?
A quella domanda la donna esitò a rispondere
- Non credo che sia vivo.
Frediani sentì il sangue gelare nelle vene. Scambiò un’occhiata con Lomonaco che non trattenne un’imprecazione ed uscì rapidamente dall’ufficio per coordinare le volanti.
- Si rende conto dell’entità della sua affermazione?
- Certo, sono venuta di mia spontanea volontà, nessuno mi ha costretto.
- Quindi capisce che dobbiamo appurare un suo eventuale coinvolgimento nella sparizione del bambino?
La donna lo guardò algida poi riprese a parlare molto lentamente
- Sono qui per fornirvi delle informazioni, non per confessare un delitto che non ho commesso.
- Dovremo trattenerla comunque, fino a che non avremo effettuato una verifica. Io spero tanto che lei si stia sbagliando, ma se troviamo il corpo nel luogo che ci ha indicato, il rapitore di cui ha visto le mani diventa di fatto un assassino. E lei è l'unica testimone oculare.
- Le cose non sono mai così semplici dottore.
- Mi dispiace, non c’è facoltà di scelta!
- Dottor Frediani lei non ha capito il punto. Sebbene io abbia percepito alcune immagini di questa situazione, l’ultimo flash proprio questa mattina appena sveglia, non posso affermare oggettivamente di averlo visto. Non potrei giurarlo.
- Se ha inventato tutta questa manfrina delle visioni perché non vuole testimoniare sappia che siamo in grado di proteggerla, non deve temere nulla. Conosce il rapitore? Stanascondendo la sua identità? A che gioco giochiamo signorina Sebastiani?
- Nessun gioco, le voglio spiegare che io non ho idea di chi sia e non l’ho visto davvero con i miei occhi.
- Ho capito, non ha assistito fisicamente al rapimento, ha avuto una premonizione! È questo che intende? Allora se la sua premonizione corrisponde alla realtà dovrà avvalorarla con altri elementi. Intanto chiamiamo il questore e lo informiamo sui fatti che abbiamo appreso e seguiamo la procedura .
Mentre pronunciava quelle parole Frediani aveva una strana sensazione. La donna sembrò contare le parole prima di parlare.
- Vorrei che sapesse una cosa, prima di fare intervenire i suoi superiori.
- Ha tutta la mia attenzione.
Siria sollevò gli occhiali da sole che aveva mantenuto ostinatamente fino a quel momento e Frediani ebbe un singulto. Gli splendidi occhi della giovane erano fissi. La pupilla non reagì al contatto con la luce.
- Da alcuni mesi soffro di un disturbo agli occhi. Perdita progressiva della vista.Tecnicamente è chiamata arteriospasmo dell'arteria oftalmica, in pratica si tratta di cecità temporanea. Da quando mio fratello Gabriel è partito per l’Iraq io non vedo altro che ombre. Non riesco a mettere a fuoco le immagini. Per questo ho tenuto gli occhiali da sole, spero che non abbia interpretato il gesto come una mancanza di educazione.

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15 giugno 2009

[on writing] #4

continua da qui

 e se vi piace inizia qui segue qui

Un paio di mesi prima, in piena estate, nella ressa di un giorno festivo, in fila davanti all’acquario, nei pochi secondi in cui la madre si era abbassata per prendere il cellulare in borsa era stato portato via il primo bambino. Nessuna richiesta di riscatto. Nessuna segnalazione in merito. I genitori avevano partecipato a trasmissioni e ad ogni telegiornale per settimane. Anche il portiere della nazionale aveva fatto un appello affinché chiunque riconoscesse il bambino nelle decine di foto fornite a quotidiani e circolanti in rete, procurasse un’informazione o anche un minimo dettaglio al quale potessero aggrapparsi le forze dell’ordine per riportare il piccolo alla sua famiglia. A settembre durante la sagra del fuoco di Recco, rinomata manifestazione in cui si sfidano i sette quartieri della cittadina con fuochi pirotecnici, sparì il secondo bambino. Dal dehors del ristorante in cui cenavano i genitori con alcuni parenti ed una coppia di amici. Il bambino giocava nell’aiuola con alcuni coetanei , a pochi metri dal tavolo. Non si era mosso per l’intera serata. In un attimo era scomparso. Stessa estenuante attesa. Stesso drammatico copione. Due mesi e dieci giorni dopo il primo era rimasto un labile ricordo. E anche il secondo sembrava destinato a svanire. Le ricerche erano state diramate oltre che sul territorio anche nelle regioni circostanti. Le piste seguite erano diverse, una più tragica dell’altra: dal traffico d’organi, all’avviamento alla prostituzione, non ultima la pedopornografia. Frediani e la sua banda, come amava chiamarli simpaticamente il questore Vincenti, brancolavano nel buio. Un sabato di ottobre, durante la festa di celebrazione della partenza di Cristoforo Colombo per la ricerca delle Americhe sparì un terzo bambino. Sottratto dalle braccia della nonna materna durante una parata a Caricamento. La donna, scioccata, non seppe ricostruire la dinamica dell’azione. Aveva comprato un bastoncino di zucchero filato al nipote, si era voltata per pagare il venditore, tenendo ben salda la mano del bambino, poi uno strattone, la folla che si spostava per permettere il passaggio della banda, la confusione e Angelo era sparito. Tre bambini svaniti nel nulla in meno di tre mesi. Genova non poteva permettersi quel triste primato.

Frediani contemplava la giovane seduta di fronte a lui senza emettere fonema. Poteva avere una trentina d’anni, forse trentacinque. Ben portati. Aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo biondo cenere. Sottili colpi di sole dorati. E portava una paio di occhiali da sole a fascia che le coprivano una vasta porzione del viso. Quando la donna fece una pausa ne approfittò per alzarsi.
- Vuole scusarmi un momento? Arrivo subito.
Frediani uscì dall’ufficio seguito dai suoi collaboratori Rastelli e Lomonaco
- Ok, un bel gioco dura poco. Mi sono stancato di giocare. Dite a Rizzo che ha vinto!
Lo sguardo stranito dei colleghi non lo turbò minimamente.
- Lo scherzo al compleanno è stata un’idea comune eppure a farne le spese sono sempre io, come al solito. Questa situazione mi sta scocciando, mi arrendo. Comunque ottima scelta dell’interprete. Mi aveva quasi convinto. Devo dargliene atto, è veramente creativo quando si impegna!
I due lo osservarono in silenzio, con espressione interrogativa.
- Si può sapere cosa avete questa mattina? Devo darvi la scossa per farvi riprendere?
Rastelli parlò per primo.
- Sicuramente è un mio limite, ho bevuto solo un caffè e non sono ancora del tutto sveglio. Non riesco a capire cosa c’entra Rizzo; se vuoi spiegarci!
Il suo tono sarcastico aveva il potere di mandare in bestia Frediani
- La signorina seduta nel mio ufficio, non l’ha mandata lui per farmi perdere un po’ di tempo? Non è una delle sue ripicche da terza elementare?
- Mhm, veramente no. Si è presentata alle 8 in punto, voleva parlare con un funzionario, ha detto di avere informazioni importanti relative ad un’indagine in corso; avrei potuto riceverla invece ho preferito aspettarti, perché ci parlassi personalmente.
- Ah. Avete aspettato me perché parlassi con la medium! Seriamente?
- Veramente non è una medium, non sei stato attento! oppure ho capito male? intervenne Lomonaco
- Hai ragione Antonio, si tratta di chiaroveggenza! Ribattè Frediani irritato
- Così non è un’attrice e nemmeno una mitomane?
- Abbiamo controllato, é una stimata professionista, ha la fedina penale linda, vive ad Albaro, non ha mai dato segni di squilibrio , insomma, pare una persona piuttosto seria.
- A parte il vezzo degli occhiali da sole.
- Magari ha un orzaiolo, disse Rastelli, il solito buonista
- Oppure è strabica. Aggiunse Lomonaco sogghignando.
- Sentiamo dove vuole andare a parare questa diva dei quartieri alti.
Siria sentì la porta aprirsi alle sue spalle. Prima che Frediani potesse prendere posto alla scrivania dichiarò:
- Non sono venuta a raccontarle la mia vita, commissario. So che state cercando il rapitore di bambini ma siete ad un punto morto.
Frediani, per nulla convinto scoccò un’occhiata a Rastelli poi si rivolse alla giovane con condiscendenza.
- È su tutti i quotidiani da settimane, veniamo al punto, lei in che modo può esserci utile?
- Ho visto la persona che ha portato via l’ultimo bambino a Caricamento.

continua.....

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permalink | inviato da Jericho il 15/6/2009 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


10 giugno 2009

[on writing] # 3 (è un po' lungo ma se avete voglia di leggerlo...)



Alessandra sollevò le lunghe ciglia ricoperte di rimmel nero per dare un’occhiata allo specchietto retrovisore e posò lo sguardo sull’uomo stravaccato nel sedile del passeggero. Non disse una parola. Egli sentì il peso di quegli occhi, capì l’antifona e si raddrizzò cercando di stare composto. Arrivati in prossimità dell’incrocio di via Tolemaide con corso Sardegna accostò e lo fece scendere. Non prima di avergli lasciato un segno indelebile sulle labbra. L’uomo sistemò la cravatta, abbottonò la giacca, si pulì le labbra con un fazzoletto e sorrise guardandola ripartire in direzione Foce. Attraversò la strada tagliando dietro il teatro della Corte, passò corso Buenos Aires poi corso Brigate Partigiane. In cinque minuti si trovò davanti alla questura. All’ingresso il simpatico Rossini, smagrito dopo l’ennesima cura dimagrante imposta dalla moglie salutista, lo accolse con un insolito broncio.
- Brutta giornata Rossini?
- Mia moglie mi ha messo di nuovo a stecchetto, ispettore. A questo giro proviamo la dieta zona. Non c’è più sole nelle mie giornate!
- Il capo è già arrivato?
- La sta aspettando.

Nel frattempo arrivò anche Alessandra, scambiò una battuta con Rossini e seguì l’ispettore capo nell’ufficio del commissario. Prima di aprire la porta dell’ufficio Alessandra gli sfiorò la mano, egli le cedette il passo nicchiando. Frediani, quando sentì bussare alla porta, stava giocando a sudoku, nascose in fretta il giornale dentro l’agenda e si schiarì la voce. Rastelli, che conosceva le sue abitudini, trattenne un sorriso poi una volta accomodati all’interno cercò di mantenere un’espressione seria davanti alla collega. Il commissario parlò per primo.
- Vi ho convocato perché devo parlarvi di una faccenda della massima urgenza.

Alessandra sentì i brividi sulla schiena ma non tradì la minima emozione. Il silenzio a cui li costrinse divenne tangibile.
- La prossima settimana è il compleanno di Rizzo. Sono 50 anni tondi e intendo festeggiarlo in maniera indimenticabile. Ho bisogno della vostra collaborazione.

La donna sorrise dentro di sé. L’urgenza non riguardava loro due. Il capo non li aveva beccati. Rastelli, interessato alla questione iniziò a porre domande sull’organizzazione e proporre locali e scherzi goliardici. Alessandra, pensierosa, ascoltò i due con finto interesse quando una telefonata li interruppe. Nell’ufficio c’era poca ricezione. La donna si scusò e uscì. Una volta rimasti soli Frediani fissò negli occhi Rastelli senza proferire motto.
- Tutta questa urgenza per il compleanno di Guglielmo? Mi pare un’esagerazione. Le hai fatto venire un coccolone.
- Allora falle i miei complimenti per l’aplomb, sembrava che non le si muovesse un capello in testa.
- La stavi mettendo alla prova?
- Voglio sapere con chi ho a che fare, e anche tu. Infondo non la conosciamo.
- Per la cronaca, io la sto conoscendo, e sono sei mesi che lavoriamo insieme.
- Diciamo che non l’ho ancora inquadrata. Professionalmente niente da dire, vorrei capire qualcosa del suo carattere. Sembra così glaciale.
- Disse colui chiamato Freddo! È sveglia, pragmatica. Praticamente sei tu con le tette. E mi piace. Molto.
- Mario, non devo ricordarti che le relazioni tra colleghi possono diventare un problema! Se andate d’accordo via libera, ma se si incrina qualcosa ne va del tuo lavoro e di tutta la squadra.
- Lo so, non farmi la paternale. Era tanto che non mi sentivo così.
- Cosa c’è tra di voi?
- Ci stiamo frequentando. Se non funzionerà amici come prima.
- Eh, allora speriamo che funzioni. Comunque mercoledì è veramente il compleanno di Rizzo, ho controllato i turni e a parte qualche sostituzione siamo tutti di riposo, quindi tieniti libero. Si va in Costa azzurra.
- Seriamente?
- Sì, pensavo per la cena al Cafè Tourin, una bevuta in piazzetta, punta al casinò che porta bene, e finiamo la serata allo Sporting. Ti piace il programma?
- Seratone supergiovane!
- Esatto. Si compie 50 anni una volta sola.
- Sono d’accordo. Sorpresa oppure è già al corrente di tutto?
- Sorpresa, ovviamente.
- Allora mi organizzo davvero. Ho un paio di idee mica male.
- Mi raccomando, la parola chiave è indimenticabile.

Sebbene fossero trascorsi mesi dall’arrivo di Alessandra nella questura di Genova, Frediani e la sua squadra dovevano ancora sviluppare gli anticorpi. Rastelli uscì dall’ufficio del commissario fischiettando. La giornata era iniziata bene. Insolito per un lunedì. Questo accadeva ad agosto. A Genova. Prima che sulla città si abbattessero nubifragi che avrebbero anticipato l’autunno, prima che iniziassero a sparire bambini.

Settembre aveva esordito con dieci giorni di sole a picco e temperature caraibiche per lasciare spazio al primo alluvione, al quale seguì una serie di allagamenti e straripamenti di fiumi e torrenti che avrebbero lasciato un segno indelebile negli annuari. Genova era nuovamente alle prese con i suoi antichi problemi idrici, ogni anno scoppiava il caso, si gridava allo scandalo e nella pubblica amministrazione si rimbalzavano le colpe come giocare a rimpiattino, poi, con l’avvicinarsi del Natale, gli argomenti sarebbero cambiati per lasciare posto al consumismo dilagante e alle spese dei genovesi per il cenone di san Silvestro e le polemiche si sarebbero smorzate. Genova era una città seducente, con una storia importante alle spalle e un fascino antico. I vicoli, le piazze, quel suo particolare intersecarsi delle vie, ogni singolo ciottolo che lastricava la città vecchia a ridosso del mare, trasudava storia. Dettaglio non trascurabile era la storia recente. Il G8 del 2001, la rivolta dei black bloc, la morte di un manifestante e l’assedio alla scuola Diaz, con tutto quello che avevano comportato in seguito, avevano macchiato con un’ombra indelebile la faccia rispettabile di una delle quattro repubbliche marinare.
All’inizio di quell’anno c’era stato anche il killer dei collant a dare il colpo di grazia, ed ora il distretto sant’Ilario si trovava di fronte l’ennesima sfida. Un rapitore di bambini.

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permalink | inviato da Jericho il 10/6/2009 alle 15:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


9 giugno 2009

[on writing] (work in progress) #1

In un giorno qualunque, di un'estate che tardava a finire, un cielo di piombo liquefatto bagnava la città in silenzio.
L’acqua fluiva nelle grondaie, scivolava sui muri e si scioglieva sui marciapiedi, come lacrime.
Le giornate si accorciavano, cercando di aggrapparsi ai rami degli alberi del viale.
Resistevano strenuamente. Come a non voler svanire.
Ancora una volta Siria aveva perso la cognizione del tempo. Non del luogo.
Sapeva benissimo dove si trovava.
Semplicemente era in stallo. Compressa in una realtà che non riusciva ad accettare.
Non le importava nulla di ciò che le accadeva intorno.
Siria era arrabbiata col mondo per ciò che aveva perso.

La sveglia non era ancora suonata.
Malgrado ciò scandiva i minuti dell'ennesima notte insonne.
Il dolore alla testa era entrato a pieno titolo nel tran tran quotidiano. Le giornate di Siria iniziavano tutte nello stesso modo. Un loop eterno, senza soluzione di continuità.
Parlarne era inutile, ultimamente persino fastidioso.
Ogni mattina la stessa storia, come in quel film in cui il protagonista per uno strano scherzo del destino, é bloccato nel tempo, condannato a svegliarsi ogni giorno, lo stesso, e rivedere persone già viste e situazioni già vissute.
Dormiva poco, si alzava con un mal di testa atroce. Una goccia cinese. Certe volte le sembrava che durasse tutto il giorno. Non riusciva a ricordare quando aveva avuto inizio, o se era così da sempre. Forse era collegato alla partenza di Gabriel. O al cattivo karma.
Era iniziato così. Poco dopo la sua partenza. Di Botto. Un dolore acuto, come una trivella all'altezza del lobo temporale, si estendeva alla nuca e le trapanava il cervello in modo sempre più insistente. Ogni mattina, puntuale come un parente in visita. Progressivamente l’immagine di Gabriel si era affievolita, come una fiamma nel vento. E con lui si era spento il suo mondo.

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*questo brano è un test, i commenti sono apprezzati


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5 giugno 2009

[on writing] #2

Non so dare un'esatta definizione di me. Non so veramente cosa  sono, però so con certezza cosa non sono. Non sono una medium. Non parlo con gli spiriti. Non faccio sogni premonitori; niente pendolino, tavola ouija, foto di cari scomparsi e cose da sesto senso. Non sono una fanatica del paranormale e per onestà intellettuale aggiungo che non sono particolarmente religiosa né superstiziosa. Non sono una mitomane, vorrei che fosse chiaro, non sono stata colpita da un fulmine né rapita dagli alieni, e per quanto ne so nessuno nella mia famiglia ha mai avuto esperienze del genere. Ho un dono. O una maledizione. Non so ancora come chiamare questa cosa. Comunque una condanna. È una sorta di connessione con l’universo, e mi rendo conto che se qualcuno mi raccontasse una storia del genere sgranerei gli occhi, o magari nicchierei ma è qualcosa che fa parte di me. Non sto scherzando. Sono come l’antenna di un ripetitore, perennemente sintonizzata su una frequenza, capto dei segnali, in qualche modo li codifico e li trasformo in visioni. Insomma vedo delle cose che devono ancora accadere. È chiamata chiaroveggenza. So che può suonare folle. Soprattutto se a parlarne sono io. Partiamo dal principio. In terza elementare, all'inizio dell'anno scolastico ebbi un incidente, caddi da una scala, battei la testa e persi conoscenza. Il giorno seguente tornai a scuola come nuova. Il medico disse ai miei genitori che il battito cardiaco si era arrestato per un minuto e 35 secondi. Avevano tentato di rianimarmi in ogni modo poi, un battito di ciglia e il cuore aveva ripreso a pulsare normalmente. Nessun trauma. Solo un'escoriazione. Un caso straordinario. Alcuni giorni dopo incontrai una donna al parco. Poteva avere l’età di mia nonna. Ricordo che profumava di mughetto. Si avvicinò e mi guardò negli occhi, come se mi conoscesse, mi appoggiò una mano sulla fronte e disse che il mio futuro era luminoso e che non avrei dovuto temere la morte, perché  l’avevo già incontrata e superata una volta.  Avevo nove anni, non capii cosa volesse dire. Quando chiesi a mia madre di spiegarmi cosa intendeva la signora mi osservò stupita, si guardò intorno e mi chiese di chi e di che cosa stessi parlando. Come se fossi stata l'unica ad averla vista. Le prime visioni iniziarono di lì a qualche settimana. Flash di pochi secondi. Scene che ritraevano persone e contesti che non conoscevo ma che sapevo si sarebbero avverate. Quando raccontai ai miei genitori quello che mi accadeva pensarono che si trattasse di fantasie ed uno sciocco modo per attirare la loro attenzione e dopo un po’ smisi di parlargliene. L’unico che mi ha sempre creduto è Gabriel. Lui merita un discorso a parte. Non potremmo essere più diversi e perfettamente complementari. Fisicamente simili, caratterialmente opposti. A volte ho la sensazione d’essere l’esatta metà di una persona, e di essere completa solo per il fatto che esiste. Siamo gemelli, io sono più vecchia di un minuto e 35 secondi. Curioso, non trova?

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                                                                                                             continua....
 


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20 marzo 2007

esercizio di stile intro - prova

Quattro donne
Amiche, confidenti, complici.
A volte invidiose, nemiche, solo per poche ore, ma sempre compagne nella vita, per la vita.
Bea, Vittoria, Carla e Emma.
Diverse ma affini.
Da sempre hanno un'idea delle donne che vogliono diventare
Qualcuna ci sta riuscendo, con fatica, altre stanno remando controcorrente.
Nessuna di loro rinuncia a sognare.
Non cedono il passo, non mollano di un centimetro.
Parano i colpi della vita con destrezza, umorismo e dignità.
Sanno che sole sono fragili ma unite sono una forza
La vita non le spezza.




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6 dicembre 2006

Sarah dei demoni # 5

I genitori di Sarah avevano ripristinato un vecchio cascinale avuto in eredità dal padre,
e da un anno avevano scelto di vendere il signorile attico di Corso Savona per ritirarsi
in periferia.. Sarah viveva in un grazioso bilocale con affitto bloccato in una traversa
del centro, Via Gobetti. Il suo appartamento si trovava una palazzina che, avendo
ospitato in passato uno dei tanti studi del conte Cavour, grazie alla sovrintendenza
dei beni culturali, anziché essere demolita per lasciare il posto ad una piccola galleria commerciale, era tenuta come un bijou e ritenuta alla stregua di monumento storico.
Sarah cenò da sola. Ripensò alle parole di Cesare, a quelle di Cosimo infine i suoi
pensieri tornarono a lui, l’innominato.
                                                    L’innominato
Sedeva comodamente sulla sella del suo scooter e stava parlando al telefono con Milly
quando lo aveva visto per la prima volta. Uscito dall’Antico caffè ligure, aveva chiuso il
cappotto coprendo la gola con una pashmina di seta celeste. Si era sentita mancare.
Una trentina d’anni, lo sguardo serio, i denti perfetti. Alto e bellissimo.
"Non si è mai visto in città un uomo più bello!"
Rimase ammaliata.
"Ogni lasciata è persa" pensò e in un secondo cedette all’impulso di seguirlo.
L’uomo si accorse di lei. Si voltò in Piazza San Secondo e ancora in Via Pelletta e
all’incrocio di Via Brofferio. Osservò i suoi movimenti e sorrise.
Il gioco durò ancora alcuni isolati, all’imbocco di Via Cavour la seminò.
Sarah, delusa, tornò verso lo scooter parcheggiato dietro all’orologeria Bisio;
passando davanti ad un portone si sentì afferrare un braccio. L’istinto la fece urlare,
ma la mano che le copriva la bocca era quello del bellissimo sconosciuto, che
prontamente la baciò per soffocare il suo grido. Un bacio dolcissimo, interminabile.
Riavutasi dallo spavento e dalla piacevole sorpresa, Sarah non riuscì a trattenere una
risata alla quale seguirono la presentazione del misterioso uomo dalla pashmina
celeste e ancora baci.
Sarah, si lasciò letteralmente andare, e rimase in balia dell’uomo per un lungo e
indimenticabile momento. Lo seguì in un bar, come ipnotizzata. Iniziarono a conversare
nel pomeriggio e finirono a notte inoltrata.
Le disse di chiamarsi Andreas, era uno scrittore; si trovava in città perché stava
cercando una persona che non vedeva da tempo.
Parlarono moltissimo della vita e pochissimo di sé.
Sarah rimase affascinata dall’inquietudine che traspariva dagli occhi di Andreas.
Gli permise di dormire con lei.
Andreas si dileguò il mattino seguente e non si fece vivo per settimane.
Un pomeriggio di gennaio, quando ormai credeva di averlo sognato, Sarah lo trovò
davanti alla libreria con una rosa bianca nella mano e la sua splendida, aristocratica
faccia da schiaffi. Le sue barriere crollarono come castelli di carte. Sapeva cosa la
stava aspettando: un’altra serata magnifica, alla quale sarebbero seguite settimane
di silenzi e interrogativi ai quali non avrebbe saputo dare risposte adeguate.
La provvisorietà, la mancanza di certezze non la preoccupava, desiderava vivere
quello strano momento fino in fondo. Decise di correre il rischio.
Cenarono a Tigliole, nel prestigioso ristorante Vittoria.
Vissero momenti fantastici. La storia si ripeté altre due volte nell’arco di tre mesi.
Poi basta.
Andreas sparì dalla sua vita con lo stesso aplomb con cui era entrato, silenziosamente.
Sarah soffrì terribilmente. Stoicamente.
Era stata una storia bizzarra, tormentata, convulsa, ed era finita senza spiegazioni,
senza un cenno. Giurò a se stessa che non si sarebbe più  fidata di un uomo.
A parte "Ciccio".
Si addormentò sulla scia di quei pensieri.




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5 dicembre 2006

Sarah dei demoni # 4

Una volta in strada i due amici si guardarono frastornati e tentarono di esprimere con le parole le sensazioni provate. La giovane parlò per prima.
-  Sarà una mia impressione eppure non tutto quello che ha detto mi è sembrato strano!
-
 Posso essere onesto? Non ho capito nulla, o meglio non ho capito perché noi!
-
 Ero convinta che certe cose accadessero solo nei telefilm americani; tipo quel serial in cui l’eroina diciassettenne, atletica come una consumata lottatrice di wrestling e dotata di un’intelligenza da premio Nobel, ovvio, scopre che il liceo che frequenta è ubicato esattamente sopra la porta degli inferi e tutti i mostri che vi abitano hanno intenzioni belligeranti nei confronti degli autoctoni! Di sicuro non immaginavo una cosa del genere.
-
 Dio come parli difficile da quando lavori in libreria leggi troppo! Piuttosto, credi che sia attendibile?
-
 A pelle sento che possiamo fidarci. Tu sai che io mi fido solo delle mie sensazioni?
-
Come no, il tuo sesto senso sta perdendo colpi, ultimamente.
-
Che fai alludi all’innominato?
-
 Esattamente.
-
 Quella è storia vecchia, e non ne voglio parlare.
-
 Lungi da me riaprire vecchie ferite.
-
Quali ferite? Se non me lo ricordavi tu, io l’avevo completamente rimosso
-
Dimenticavi che stai parlando con me, tuo amico da tempo immemore…
-
Come dire il mio alter ego!
-
Proprio così. Ti conosco bene, tu fingi, però non dimentichi nulla, finché campi!
-
Allora insisti!
-
Saretta, non sei la prima né l’ultima che ha sofferto un po’ per amore. Non è la morte di nessuno, però, permettimi una critica, dovresti stare più attenta a chi frequenti. Insomma, inizi ad avere una certa età e dovresti essere in grado di riconoscere…
-
Smettila sennò ti lascio qui.
-
Vorrei ricordarti che siamo venuti con la mia macchina.
-
 Infatti, me ne torno a casa a piedi.
-
Capirai che sforzo, stai a due isolati da qui! Saranno centocinquanta metri in linea d’aria.
-
  Bene, è deciso.
-
Sarah!
-
Lasciami andare.

Gli parve che il respiro si facesse affannoso, come di chi sta per piangere.
-
Aspetta, non ti sarai offesa? Stavo scherzando, scusa.

La giovane scoppiò in una sonora risata e voltandosi verso l’amico lo apostrofò:
-
 Stavolta ti ho fatto fesso. Siamo pari, Ciccio.
-
Adesso sono io che ti mollo a piedi!
-
Che disdetta, volevi forse portarmi in braccio?
-
Tutta quella strada con un peso morto? Preferisco vivere!
-
Smettila di scherzare, hai voglia di fermarti a cena da me?
-
 No, grazie. Sono stanco di semi e semini. Vorrei addentare qualcosa di solido.
-
Tranquillo, il ciclo macrobiotico è terminato, ora mi dedico all’etnico. Pensavo di preparare cous cous maghrebino e tagine di pollo con le prugne.
- A quest’ora? Tempo che prepari si fa notte!
-
Ho acquistato una serie di alimenti precotti marocchini, è tutto pronto in un quarto d’ora.
-
T’invidio. Tu i problemi del mondo non sai neppure quali sono. La tua idea di meltin pot è quella di fare la spesa al mercato equo solidale.
-
Senti, non ti sembra di essere un po’ troppo saccente, per essere un umile rappresentante di latticini ?
-
Non dimenticare prodotti caseari, e comunque non c’è limite alla provvidenza. Nella vita bisogna cercare di procedere a piccoli passi. 
-
 Si deve avanzare, non retrocedere!
-
 Se pensi che il primo lavoro è stato nella società delle fognature, con yogurt e formaggini mi sento un lord!
-
Già, un salto di qualità.
-
Io sono del parere che bisognerebbe fare un passo avanti ogni anno, migliorare poco per volta
-
 Entro cinquant’anni sarai milionario.
-
Il tuo ottimismo mi commuove.
-
Dai, non mollare, chi visse sperando….
-
Acidella, non sarà una reazione alle rivelazioni del signor Ardesi?
-
No, dai, non mi ha turbato minimamente sapere che la nostra città è un covo di cultori del demonio!
-
Ho sempre pensato che le ragazze di Mongrifone fossero streghe ma che i diavoli scorrazzassero a piede libero per la città, mi ha lasciato basito. Sono curioso di conoscere i collaboratori di Cosimo.
-
Saranno due persone di mezza età, che si dedicano a studi di paganesimo e demonologia come lui.
-
Ecco perché ha scelto noi due, per, come ha detto? Ah, sì, “affiancarlo nella lotta”!
-
 Complimenti: ha scelto le persone giuste; io ho il dinamismo di un bradipo monco e tu sei affetto da sciatalgia alla mirabile età di ventisei anni!
-
Parla per te, un paio di punture di Voltaren e sono nuovo di pacca! Tu piuttosto, sei un gatto di marmo; per te lo sforzo fisico di una sola lezione di spinning é paragonabile ad un’intera nottata al Parsiphal. Non ti ci vedo vestita di pelle nera come Catwoman all’inseguimento di diavoli e vampiri.
-
Mi sembrava strano che un tipo quadrato come te non muovesse una paglia all’idea di combattere contro le forze del male!
-
Quindi?
-
Tu pensi che sia una storia tipo ronde notturne vestiti da pagliacci come i protagonisti del Corvo?
-
No, credevo che ci dessero la bat-mobile e magari ci saremmo lanciati dai palazzi del centro con l’agilità e le ragnatele di Spiderman! Sarah, sveglia! Secondo me è una bufala. A metà tra un gioco di ruolo e “Scherzi a parte”, e la presenza di un personaggio famoso come Ardesi da più solennità alla cosa!
-
 Allora non credi ad una parola di quanto ha detto?
-
 È stato senz’altro convincente, infatti ti vedo convinta, però io sono refrattario riguardo certe cose. Diciamo che mi riservo d’esprimere un’opinione dopo aver visto gli altri membri della ghenga.
-
Non ti capisco.

Cesare scese dall’auto e aprì cavallerescamente la portiera per far scendere Sarah.

La giovane guardò l’amico con sospetto, confusa dalle sue ultime parole.




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5 dicembre 2006

Sarah dei demoni (fantasy) # 3

La giovane rimase interdetta. Durante un incontro successivo lo subissò di domande sull’argomento.
Cosimo le parlò dei suoi libri con umiltà.

La giovane consultò diversi testi che trattavano l’occultismo e s’appassionò alla materia
al punto che iniziò a condurre approfondimenti personali.

Trascorsero settimane, mesi dal loro primo incontro e Sarah insistette per presentare
a Cosimo Cesare, suo inseparabile amico dai tempi delle scuole elementari, fedele
seguace in avventure d’ogni sorta.

Quando Ardesi sentì di potersi fidare di loro, decise di parlargli delle ricerche e
gli studi fatti con altri scienziati.

                                         Rivelazioni

 Una sera, dopo la chiusura della libreria, Cosimo sentì che era giunto il momento.
Invitò Sarah e Cesare a bere un aperitivo e rivelò ai due giovani la vera ragione che
lo aveva portato nella loro tranquilla cittadina.
-   Per diversi anni ho insegnato antropologia criminale all’università La Sapienza.
Questo lo sapevate già, quello che non sapete è il motivo per cui mi sono stabilito qui.
Faccio parte di un gruppo di ricerca, il Gris, che sorveglia l’evoluzione delle sette
religiose e la crescita esponenziale di quelle devote al demonio, nel nostro Paese,
per conto della Santa Sede. Successivamente mi sono trasferito a Torino per studiare
il fenomeno dell’occultismo da vicino. Parallelamente sono aggregato all’Ordine dei Cavalieri Alati, una vecchia società segreta, che studia i fenomeni di questo genere e cerca di contrastare chi tenta di alterare gli equilibri del nostro sistema.

Sarah e Cesare rimasero basiti. L’uomo continuò:
-  Attualmente le sette dedite al culto del demonio stimate sono centinaia,
con migliaia di adepti, e le profanazioni di cimiteri e chiese, i sacrifici animali
e i segni inconfutabili di rituali magici, non si contano più.
- Pensavo che fosse Torino la città magica per eccellenza!

Esclamò Sarah con un filo di voce.
- È un fenomeno che si sta espandendo a macchia d’olio. L’argomento satanismo
è piuttosto delicato; se ne parla poco, sottovoce, solitamente tra studiosi, preti ed
esorcisti. Da fenomeno socio-antropologico si è trasformato in allarme generale.
Ultimamente avrete sentito parlare di un grottesco fatto di cronaca: alcuni sbandati
sulla trentina, noti per riesumazioni di cadaveri e sottrazione di suppellettili funebri
da cimiteri, sono stati collegati agli omicidi di ben otto persone. Motivazione dei gesti:
una voce demoniaca ordinava di compiere quegli scempi. Io e i miei collaboratori
siamo qui per indagare su questi fenomeni. La vostra città non è innocua quanto sembra. 
-  Che cosa significa?
Domandò Cesare interessato.
- Quello che sto per dire potrebbe turbarvi. Devo essere sicuro che prenderete
le cose nel senso giusto.
- Spara, siamo tutt’orecchi!
Scherzò Cesare mal celando apprensione.
- Sono tra noi….
- Chi?
- I demoni.

I due giovani si guardarono come se Cosimo avesse bestemmiato. 
-  Stiamo parlando di quegl’invasati che compiono atti feroci
e si giustificano dicendo che li ha spinti il demonio?
Domandò il ragazzo poco convinto.
- No, parlo di esseri soprannaturali che girano indiscriminatamente per la vostra città
con l’intenzione di conquistare potere e annientare la popolazione.

Il silenzio dei ragazzi fu più eloquente che mille parole.
- Demoni, diavoli chiamateli come volete. Sono in ogni luogo. Alcuni sono
straordinariamente belli. Se non li avessi visti con questi occhi, vi assicuro
che non crederei. Semplifichiamo le cose: l’universo è diviso in due grandi fazioni,
due estremi, bianco e nero, buono e cattivo. Non pensate a Dio, né a Satana.
Solo bene e male. Annullate ogni conoscenza di Paradiso e Inferno e tutta
l’iconografia dantesca. Non hanno corna, né zoccoli e coda, non lasciano scie
di zolfo al loro passaggio; dimenticate nomi come Belzebù e Satana, retaggi di
letteratura gotica e catechismo imposto. Sono individui uguali a noi, in tutto.
Sembrano persone “normali”, dai nomi comuni e vite tranquille. Non lo sono.
I demoni non sono ectoplasmi, ma creature che possono tramutarsi in veri e
propri esseri umani. Esistono demoni puri, “i diavoli”, demoni incarnati e quelli
in metamorfosi. Il mio compito è riconoscerli, scovarli, farmeli amici se è il caso,
e non lo è mai, infine eliminarli. 
-  Come? Con paletti di legno, pallottole d’argento, oppure di collane d’aglio?
- Niente di tutto questo, non cadetemi sulla letteratura e la cultura da film americani.
Occorre celebrare un rito, una sorta d’esorcismo chiamato “presa di coscienza”, che,
svolto efficacemente, é sufficiente per delegittimarli ovvero convincerli che la loro presenza
sul territorio non è cosa gradita. Malgrado ciò il loro potere è molto forte. Troppe persone invocano il demonio. Chiedono il suo aiuto. E lui ascolta, risponde, invia i suoi emissari.
Alcuni si accoppiano con i diavoli e generano ibridi, altri si trasformano in veri e propri demoni, dedicando la loro inutile vita al Male. È sorprendente vedere, come all’alba del terzo millennio
ci siano ancora tante persone, disposte a spendere qualsiasi cifra, affinché un rituale possa conferirgli potere.  La presa di coscienza può annientarli. Per sopprimere una forza ne occorre un’altra di maggiore intensità.
È un principio fisico.
- Sembra facile!
- No, non lo è. Vi chiederete da cosa è causata questa propensione al maligno?
La voglia di trasgredire, di evadere dagli stereotipi imposti, spinge anche le anime più semplici
a rivolgersi alla parte sbagliata, al lato oscuro della forza, per fare una citazione da kolossal hollywoodiano, a seguire la cosiddetta “via più semplice”. È più facile parlare con chi si manifesta apertamente, e talvolta, per compiacerti, esaudisce qualche desiderio di piccola entità, che credere in colui che ti dice d’avere fede e permette che accadano fatti atroci,
guerre e distruzione!  Il Male agisce così. È una guerra psicologica: pur di reclutare soldati
per la propria causa farebbe qualsiasi cosa.

Il silenzio dei giovani spinse l’uomo a continuare:
-  Capisco la vostra riluttanza, per questo motivo ho aspettato tanto per spiegarvi il mio ruolo, ma é importante che capiate veramente come stanno le cose.
- Perché hai voluto metterci al corrente di tutto questo?
- Dovrete affrontare situazioni che non avreste mai osato immaginare….
- Noi cosa?
- Non avete ancora capito? Voi siete stati scelti per affiancarmi nella lotta…
voi sarete i miei soldati.

Sarah spalancò gli occhi per lo stupore. Pensò che Cosimo stesse delirando.
- Adesso è tardi, sarete stanchi e dovreste andare a riposare, vi aspetto
domani sera, dopo il lavoro, a casa mia per presentarvi i miei collaboratori.

Loro vi forniranno maggiori dettagli.

Cesare sorrise poco convinto ed uscì dalla saletta privata del bar del Corso senza
proferire motto. Sarah lo seguì come un automa.




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4 dicembre 2006

Sarah dei demoni (fantasy) prologo # 2

                                                              Prologo

Centro storico. Un afoso pomeriggio di luglio.
La giovane, seduta nel dehor del bar Le cornacchie, sorseggia un caffè shakerato e da una scorsa veloce al quotidiano locale; un passante distratto la urta, un libro cade dal tavolino.
L’uomo, seduto nel tavolino accanto, si sporge per raccoglierlo.
"Delitto e castigo" di Dostoyevskii. Lettura impegnata, pensa tra sé.
Gli sguardi s’incrociano per pochi istanti. Lei ringrazia con un sorriso poi si alza e va a pagare.
L’uomo osserva ogni suo movimento sino all’entrata della libreria all’angolo.
Il Rifugio del lettore. "Interessante".
L’amico lo raggiunge, l’uomo sospira, lascia una banconota sul tavolo e si allontana con lui in silenzio.
- Forse ho trovato la persona che fa il caso nostro.
Esclama con tono neutro.
- Uomo o donna?
- Donna. Avrà circa trent’anni. Forse meno. Lavora nella libreria della piazzetta.
Il particolare l’ha edotto dal badge appuntato sulla t-shirt.
- Quando pensi di contattarla?
- Presto. Molto presto. I tempi sono maturi.
I due individui spariscono nei vicoli.

                                                              *Sarah*

Sarah inseriva i dati nel computer con flemma messicana.
La città sembrava disabitata; un grande campus universitario svuotato per il periodo di vacanza.
Nel negozio pochi clienti, il rumore dell’aria condizionata come sottofondo.
Intorno la canicola, il silenzio.
Vergati, il titolare della libreria, tuonava contro il corriere, reo di aver consegnato un numero inferiore di scatole di libri rispetto a quelli richiesti al distributore. Sarah alzò lo sguardo, indirizzò un sorriso di circostanza al malcapitato e tornò al suo lavoro, senza cambiare espressione.
Tipico di luglio.
Il distributore, con sede in una città del sud, aveva diminuito le consegne dalla fine del mese di maggio fino ad esaurirle completamente all’inizio di luglio.
Stranamente, erano in molti ad essere rimasti a casa nei mesi più caldi e i titoli richiesti risultavano eccessivi.
Daniela, scura in volto, passò dietro alla collega e le sussurrò all’orecchio:
- Allarme rosso: oggi ha la luna storta.
- Stavolta ha ragione da vendere. Aspettavamo sette colli e ne hanno consegnato tre,
di 72 titoli richiesti ne sono arrivati 39. Chi li sente i clienti?
- Che non gli venga in mente di fare un giro tra i settori: cucina e arte sono da smontare completamente, e stasera non ho intenzione di fermarmi oltre l’orario di chiusura!
- Cosa confabulate voi due?
- Niente signor Vergati, ho domandato a Sarah se poteva controllare una giacenza.
- Già….no, Dany, "il milionario" di Fisher è terminato. Lo metto in ordine?
- Non importa; indirizzerò il cliente su qualcos'altro.
Le ragazze scambiarono un’occhiata e ripresero il loro lavoro.
Vergati finse di credere all'ennesima frottola.

Sarah stava terminando l’inserimento degli articoli quando un signore distinto domandò un titolo che non vedeva in esposizione.
La giovane controllò sul terminale: il libro appariva in giacenza ma non si trovava da nessuna parte. Si alzò personalmente per cercarlo. Verificò che non fosse stato lasciato in un settore diverso, cercò ad uno ad uno tra i numerosi testi inseriti di costa fino a quando lo trovò, appoggiato accanto ai "Vangeli apocrifi".
Strana associazione, un trattato di demonologia accanto ad un testo sacro.
Sorrise pensando al paradosso e porse il libro all’uomo.
Tornò al computer mentre Daniela si occupò della vendita.
Dopo quel giorno l’uomo tornò parecchie volte e chiese sempre di parlare con Sarah.
Cliente molto discreto, quasi invisibile, diventò assiduo frequentatore della libreria.
Un giorno l’uomo lasciò un caffè pagato a Sarah nel bar della piazzetta di fronte.
Un pomeriggio si trovarono a berlo insieme e si creò una simpatica abitudine
L’amicizia nacque in modo spontaneo, naturale. Almeno così credette Sarah.
Nello stesso periodo la giovane ricevette l’incarico di occuparsi del reparto esoterico.
L’uomo approfittò per introdurre l’argomento occultismo nelle loro conversazioni.
Dopo numerose sortite fu Daniela, con un insolito tono saccente, a far notare a Sarah che il distinto signore dai modi gentili, il nuovo amico che passava quotidianamente a porgere un saluto in negozio, altri non era che Cosimo Ardesi, il celebre demonologo, autore di un’intera collana di libri sul satanismo, per la precisione di quella più gettonata del ramo esoterico.




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4 dicembre 2006

Sarah dei demoni (fantasy) # 1

Budapest
Ore 2.05
La donna sfiorò il calendario con tocco leggero.
Poco distante da lei il maggiordomo chiese se aveva ancora bisogno, prima di ritirarsi nella propria stanza.
Echeggiarono in lontananza le avvisaglie di un imminente temporale.
Le fiamme negli occhi, la donna si alzò ed ammonì il domestico perché chiudesse tutte le finestre. Detestava i temporali.

Torino
Zona Murazzi
Al "Way" una folla di giovani, molti dei quali galvanizzati dagli effetti dell’ecstasy mescolato ad ettolitri d’alcool, movimentava il giovedì sera torinese.
Seduta in un angolo Desirè rifletteva sulla condizione esistenziale dell’uomo nel terzo millennio.
Un bellissimo giovane si avvicinò e le domandò gentilmente se le andava di tenergli compagnia al bar, in un qualsiasi bar, fuori del locale. Accettò di buon grado. Sarebbe andata ovunque pur di uscire da quella bolgia infernale. Raggiunse in fretta le amiche; una di loro era completamente assorbita dalla conversazione con uno studente che se la tirava da intellettuale di sinistra, con occhialini cerchiati d’oro e quotidiano di partito sotto al braccio, le altre due la salutarono augurandole in bocca al lupo per la serata e le chiusero la mano a pugno, sollevando il pollice in segno d’approvazione per il personaggio col quale stava uscendo.
Si allontanarono insieme. Il giovane disse di chiamarsi Noah.
All’interno del locale era sembrato gentile ed educato, fuori si rivelò un vero demonio.
L’afferrò per la giacca e la attirò verso sé, la sbatté sugli scalini e con forza inaudita le strappò gli indumenti che indossava. Abusò di lei in pochi indimenticabili minuti.
 La colpì selvaggiamente per tramortirla e con una luce l’abbagliò perché non potesse più riconoscerlo.
Desirè rimase sulle scale quaranta minuti, in completo stato di shock. La trovò un uomo alto, gentile, che avvertì le forze dell’ordine e sparì prima che arrivasse l’ambulanza.

Normandie
Rouen
Sabelle non riusciva a prendere sonno. Maurice, solo nello studio, scriveva al computer dalle nove della sera precedente. La donna sentiva che stava accadendo qualcosa di molto importante ma il tacito accordo con il compagno le imponeva di non domandare.
L’accordo era di non parlarne tra loro, nulla le impediva di parlarne con qualcun altro…
Avrebbe dovuto domandare a qualcuno che sapeva. Decise di contattare l’abate Marcel.
Lui aveva la chiave.




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3 dicembre 2006

Sarah dei demoni (fantasy) # 0

Storia di Hidalgo

Hidalgo nacque figlio unico da una donna nubile, stuprata da un demone invaghito della sua grazia. La madre, di nome Celia, morì di parto a diciotto anni. Colui che l’aveva ingravidata l’abbandonò al suo destino molto prima che lui nascesse.
Hidalgo non seppe mai il suo nome. Crebbe nell’indigenza, in strutture simili ad orfanotrofi che tentarono più volte di affidarlo a famiglie diverse. Non lo trattarono mai come un figlio. Quando fu abbastanza grande da badare a se stesso fuggì dalla sua città natale, Sevilla, e si unì ad una comunità di  creature alle quali si sentiva affine, con i quali errò per anni.
Raggiunta l’età del giudizio capì che i compagni di sventura altro non erano che demoni.
Ombroso, taciturno, Hidalgo era diverso dai ragazzi della sua età. Era dotato di poteri incredibili ma rinnegava quelle origini che non sentiva proprie. Non dimostrava alcuna inclinazione al culto perseguito dagli altri gregari, non partecipava a riti collettivi anzi, la sua propensione all’individualismo faceva perdere la pazienza agli anziani. Trascorreva tutto il suo tempo a studiare, era appassionato d’arte, un esteta, e si esercitava nella disciplina di quei poteri che non riusciva a controllare. Hidalgo era una strega naturale, potentissima. Possedeva la fiamma taumaturgica degli angeli, il potere della telepatia e della lettura del pensiero, propria dei diavoli e la sensibilità degli uomini.
Su tutte predominava la sua natura umana.
I compagni lo chiamavano mezzosangue. Solo uno di loro lo aveva preso in simpatia: Jericho.
Jericho, detto "la lux", era un giovane ambizioso, a sua volta chiamato mezzosangue, perché generato da un angelo e un diavolo, era l’orgoglio dei saggi; guidava il gruppo di ragazzi di cui era l’idolo e esercitava il culto senza mai contravvenire agli ordini imposti da coloro che governavano la comunità.
Dotato di una profonda conoscenza di sé e dei suoi poteri, li controllava perfettamente e li utilizzava solo quando era necessario.
Jericho, al contrario dei suoi simili, fingeva di condividere l’ossessione per fagocitare il mondo e lo sconvolgimento del sistema. In realtà auspicava ad un universo libero dove angeli, diavoli ed esseri umani potessero convivere tranquillamente senza prevaricazioni e abusi di potere. Per attuare il suo disegno doveva raggiungere una posizione di potere. Jericho era un uomo paziente, sapeva che per conseguire i suoi scopi avrebbe dovuto attendere che i tempi fossero maturi e non aveva alcuna fretta. L’immortalità era dalla sua parte.
Il compimento dei suoi trent’anni prevedeva la nomina di capo della comunità, l’occasione che aspettava, un gradino in più nella scala dell’ascensione al potere immenso.
Jericho scorse nel giovanissimo Hidalgo il suo degno successore e desiderò fortemente coinvolgerlo nell’ascensione.
Durante la cerimonia decise di proclamare il nome di colui che intendeva designare come proprio delfino: chiamò Hidalgo e gli chiese di prestare il canonico giuramento di fedeltà dei seguaci.
Il ragazzo rimase turbato. Lui e Jericho avevano avuto lunghe discussioni sulle sue origini e quello in cui credeva; quella richiesta, sul pulpito, davanti ai saggi, la comunità e quei compagni che, invidiosi dei suoi poteri, avevano tentato in ogni modo di eliminarlo, lo aveva colto di sorpresa, lasciandolo interdetto. Jericho ribadì la nomina e gli chiese nuovamente di giurare.
Hidalgo, intese quella richiesta come un insulto, con l’incoscienza dell’età reagì violentemente, rinnegando la loro amicizia, e gli voltò le spalle.
Jericho, umiliato dal gesto lo richiamò all’ordine.
Hidalgo, furente, abiurò lui, la sua natura demoniaca e tutti i loro simili, scatenando le ire delle più alte gerarchie demoniache.
Jericho fu estromesso immediatamente dalla carica di capo e allontanato dal gruppo; i saggi, allibiti dalla reazione del ragazzo, ritennero che non fosse in grado di ricoprire una carica di cui non era assolutamente degno: " Se il tuo stesso pupillo non ti riconosce come capo come possiamo affidarti un’intera comunità?"
Pochi arditi fedeli scelsero di seguirlo, abbandonando la terra dei Padri.
L’uomo, umiliato dal gesto di colui che aveva accolto e cresciuto come un fratello minore, a quel diniego giurò vendetta e lanciò una maledizione su Hidalgo e tutta la sua progenie.
Una maledizione invocata durante una cerimonia solenne come il giuramento del capo ebbe un potere devastante. "Auspico per te una vita infinita. T’innamorerai ferocemente di donne, esseri umani femminili, che ossessionate dal tuo pensiero si danneranno per te fino ad impazzire. Ti auguro di sopravvivere ad ogni persona che amerai."
Da quel giorno Hidalgo fu chiamato il reietto e Jericho il rinnegato.

Eudora fu la prima donna della quale s’invaghì. Il loro fu amore a prima vista ma il timore di avvicinare un essere umano lo spinse a comportarsi in modo incomprensibile e la giovane non volle più vederlo. La lontananza non fece altro che accrescere l’ossessione per entrambi.
Hidalgo cercò di starle più lontano possibile, ma la sua natura umana cedette e la donna, logorata dal dolore di non poterlo amare liberamente, si suicidò gettandosi in mare.
Hidalgo, fino a quel momento non aveva preso sul serio la maledizione.
Pagò le conseguenze in modo molto amaro.
Seguì la giovane Fedra, d’origine nobile, che scappò dall’altare rinnegando il suo promesso sposo pur di seguire Hidalgo nel nuovo continente. Quando l’uomo, pur amandola moltissimo, per evitare che fosse colpita dalla maledizione, la rifiutò, Fedra si avvelenò con un potente sedativo, lasciandolo ammutolito dal dolore.
Seguirono altre donne, che non avrebbe mai dimenticato. Fuggì ma il loro ricordo lo inseguì ovunque. "La memoria non muore"
Si accoppiò con demoni dalle sembianze femminili, evitando di arrecare altro dolore ad esseri umani. Non gli importava che morissero i suoi simili, non voleva che altre donne, esseri umani come sua madre, si consumassero d’amore fino allo spegnersi definitivamente a causa sua.
Hidalgo visse errando per l’Europa per oltre due secoli, sbarcò nel nuovo mondo e lì vagò, anima penitente in cerca di redenzione, fino a quando scoprì che in una località chiamata Stonehenge, durante il solstizio d’estate, si riuniva un circolo di studiosi denominato il collegio dei Cavalieri Alati e i tredici membri che lo componevano avrebbero potuto trovare un rimedio per i suoi mali.
Dopo una vita trascorsa a nascondersi, perché l’anatema non colpisse ancora chi amava, giunse alla conclusione che avrebbe dovuto cercare Jericho ed obbligarlo a revocare la maledizione.
Solo così avrebbe posto la parola fine a quel supplizio durato secoli.




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29 novembre 2006

esercizio di stile *provvisorio*

Da quando non ci sei, ogni giorno scorre uguale all'altro.
Non ho fatto in tempo a dirti quanto ti volevo bene,
quanto fosse importante la tua presenza, che mi mancavi già.
E non eri ancora lontano.

Una mattina come tante, di un'estate quasi finita.
Siria, ipod nelle orecchie, ascolta i lost prophets con gli occhi rivolti al soffitto.
L'ennesima notte insonne.
Il dolore alla testa come pane quotidiano. 
Sembra non esista una soluzione al suo problema.
Le note di "rooftops" scandiscono gli ultimi minuti prima che la sveglia suoni come d'abitudine alle 7.20 di tutte le mattine.
Parlarne con Denise é inutile, ultimamente persino spiacevole.
- Dovresti consultare un medico, uno specialista, non il tuo dottore, cosa vuoi che ne capisca un gastroenterologo?
- Ne ho già incontrati a dozzine. Non me la sento di ricominciare un'altra cura. Appena parte il mal di testa prendo un Migran e aspetto che passi. Come devo dirtelo?
- Brava, continua a imbottirti di pasticche!
- é un vasocostrittore, l'unica cosa che riesca a contrastare questa dannata cefalea.
- Se non ti uccide prima.
- Se non mi uccido io, la cefalea a grappolo è detta la malattia dei suicidi...
Un sorriso non era bastato a smorzare i toni.
- bè, la voglia di scherzare non ti manca, forse non stai così male!
Ogni mattina la stessa storia, come in quel film in cui il protagonista per uno strano scherzo del destino, é bloccato nel tempo, condannato a svegliarsi ogni giorno, lo stesso, precisamente il giorno della marmotta, e rivedere persone già viste e situazioni già vissute.
Proprio così. A Siria sembra di rivivere la stessa giornata all'infinito.
Dorme poco, si sveglia con un mal di testa atroce e prova a vivere, ma qualcosa glielo impedisce.
Prende il suo registratore portatile, inserisce una microcassetta e parla per ore.
A lei sembrano ore.
Fino a quando il mal di testa non cessa.
Non ha mai riascoltato le cassette, si limita a scrivere la data sull'involucro e ad inserirle in una scatola che via via va a prendere posto nella stanza grigia, ormai priva di mobilio, invasa da cartoni e da due bauli sigillati.
Denise dal canto suo si sente impotente, più volte ha condotto ricerche su internet per trovare un rimedio per Siria, ma i luminari contattati sono giunti alla stessa conclusione, il disturbo non è di origine organica bensì psicologica.
Siria non subisce.
Provoca gli attacchi di cefalea per proteggersi da un dolore più grande.
La perdita di Gabriel.





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