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Jericho
E' meglio essere ottimisti, e avere torto, piuttosto che pessimisti e avere ragione


Diario


23 ottobre 2006

[il respiro del vento] 35*

Daniel aveva tanti difetti ed una sola virtù: la tenacia.

Non aveva smesso di credere nelle sue potenzialità recitative e da modesta comparsa e poi attore di fotoromanzi era riuscito prima ad entrare nel cast fisso di una fiction poi a girare un paio di film indipendenti ed ora addirittura scritturato ad Hollywood. Dovevo riconoscere che era un tipo che non mollava. Neanche con me, se è per questo!

Una mattina andai a prendere Martina, ormai dodicenne, all’uscita da scuola e trovai proprio Daniel, al quale mia sorella era letteralmente abbracciata per far schiattare le compagne di classe, circondato da un nugolo di mamme e ragazzini.

Sorrisi con cortesia, per non turbare mia sorella, presi il suo zaino e la portai via da quel capannello di gente. Daniel mi seguì e tentò di parlarmi, con la complicità di Martina.

-          Cecilia, non puoi rifiutare di parlarmi per sempre!

-          Ah no? Chi lo dice, tu?

-          Ehi mi stai parlando, ce l’ho fatta!

Daniel fece l’occhietto a Martina e lei sorrise.

Non potevo accettare che si servisse della mia sorellina dodicenne per arrivare a me. Infilai il casco a Martina, continuando ad ignorarlo, salii sullo scooter e partii a razzo lasciandolo in via san Lorenzo come un memerone.

Imperterrito mi inseguì fino a casa, insistette per salire.

Non ci pensavo nemmeno, se voleva parlarmi lo facesse davanti al portone.

-          Tu non ti fidi di me, non ti sei mai fidata. Almeno sii onesta!

-          Mi sbagliavo?

-          Vuoi punirmi tutta la vita per uno sbaglio?

-          Stai scherzando o cosa?

-          Non so più in quale maniera dirti che mi dispiace.

-          Non c’è un modo giusto, puoi pentirti finché campi, non cambierà quello che sento per te.

-          Cecilia, vuoi spiegarmi perché tanto astio. Quella ragazza era la figlia di..

-          Daniel, non importa chi era. Non importa più. Io aspettavo un figlio, sono rimasta a casa perché morivo di mal di testa, hai detto “sono obbligato, vado a cena e torno entro due ore”, sei arrivato alle cinque, ubriaco o sotto l’effetto di qualcos’altro, insieme ad una ragazzina conciata come una puttana. L’hai portata a casa mentre io ti aspettavo sveglia!

-          Mi ha accompagnato sulla porta perché non mi reggevo in piedi. Ero solo ubriaco e felice perché avevo tutto quello che desideravo: il lavoro e la donna della mia vita.

-          Ti resta il lavoro, stai andando a Hollywood, no?

Silenzio. Forse si sarebbe arreso.

-          Io non lo sapevo Cecilia, ti giuro, se l’avessi saputo..

-          Cosa? Non saresti andato a cena? Oppure non saresti rientrato ubriaco? Vedi perché non te lo posso spiegare? Non c’era bisogno di sapere che aspettavo un figlio. Si tratta di rispetto. Non ne hai avuto, né per me, né per lui. Non ne hai mai avuto. Quand’eri ragazzo e neppure ora che sei un uomo. Troppo comodo venire qui a piangere come un coccodrillo. Non so che farmene delle tue scuse. Ho rinunciato a due delle cose più belle della mia vita, a causa tua e non basteranno fiori, biglietti e lettere da qui all’eternità per riuscire a restituirmele.

Forse questo lo convinse.

Mi guardò, ferito. Io di pietra. Abbassò gli occhi sconfitto, si girò e se ne andò.

Non ci furono vincitori, abbiamo perso tutti e due.

Chiusi definitivamente un capitolo della mia vita.

 




permalink | inviato da il 23/10/2006 alle 17:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
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