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Jericho
E' meglio essere ottimisti, e avere torto, piuttosto che pessimisti e avere ragione


Diario


25 settembre 2006

[ il respiro del vento] 19*

Trovai lavoro in uno studio di amministrazione condominiale.
Lara si iscrisse all'università. Giurisprudenza.
Filippo mi scrisse qualche cartolina.
Passarono otto mesi.
Continuai la mia vita. I miei stavano bene. Rita si era rimessa completamente
Martina cresceva. Ad atletica mi ero fatto un nome e l'allenatore mi faceva pressioni assurde perchè intensificassi gli allenamenti.
Ebbi qualche flirt senza importanza.
Il pensiero restava fisso su Filippo
"L'amore più bello è quello che non hai potuto vivere" mi ripeteva mia madre, e
il suo sgardo mi convinse che parlava con cognizione di causa.
Una sera davanti ad una fetta di Saint-Honorè mi confessò di aver preso una scuffia pazzesca per un collega di lavoro, quando io ero piccola.
Furono solo sguardi, qualche abbraccio, un solo bacio.
Così disse
Lui era sposato, ed era infelice, ma aveva fatto la promessa davanti a parenti ed amici e varie implicazioni perlopiù patrimoniali, gli impedirono di mandare in vacca tutto, cosa che invece lei fece senza tanti complimenti!
Lasciò mio padre perchè amava un altro, lui non fu abbastanza coraggioso.
Per evitare ulteriori complicazioni si fece trasferire
Lei rimase sola e ironia della sorte, mio padre, la parte lesa, conobbe Rita, la donna che gli avrebbe dato una splendida figlia.
Avevo bisogno di vedere Filippo, per dargli un solo bacio e capire se era solo un capriccio o se l'avrei rimpianto per sempre.
L'occasione venne circa un mese dopo.
Il nonno di Filippo, il suo preferito, fu ricoverato per una gravissima insufficienza renale. Sapendo l'affetto che li legava la madre lo chiamò subito.
Salì su un aereo dall'altra parte del mondo e si precipitò al suo capezzale.
Saputa la notizia lo raggiunsi in ospedale.
Il nonno si ristabilì. Filippo fu sollevato.
Parlammo poco, considerata la transumanza di parenti accorsi a salutarlo.
Presi mezza giornata di permesso per accompagnarlo all'aeroporto.
Volle guidare la mia macchina
"sono nove mesi che non guido un auto!"
Studiai ogni sua mossa, osservai il suo profilo, i gesti meccanici, lenti, calibrati.
Un silenzio interminabile ci fece compagnia per tutto il tragitto.
Avevo mille domande da fargli e non sapevo da quale cominciare.
Disse che la vita in mezzo al mare gli aveva insegnato a stare con sè stesso, cosa che a terra non aveva mai fatto. Aveva imparato a respirare. A sentire i pensieri che prendevano forma.
Prima di partire prese la mia faccia tra le sue mani e mi posò sulla fronte il più dolce dei baci.
Mi guardò in silenzio, sorrise e sparì dietro la dogana.
Non riuscii a dargli il famoso bacio, ma quello che ricevetti fu il dono più bello.
Mi dette la speranza che quella vita, che in quel momento mi stava stretta, sarebbe potuta cambiare.





permalink | inviato da il 25/9/2006 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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